Vulvovaginite: i sintomi, la diagnosi, la cura

Quando si parla di vulvovaginite, si fa riferimento a una infiammazione piuttosto diffusa che colpisce la vagina e la parte esterna della vulva. Può essere causata da funghi, batteri, virus o altri parassiti, ma anche da agenti non infettivi quali sostanze chimiche contenute in saponi e detergenti troppo aggressivi, oppure da calo degli estrogeni durante il periodo della menopausa, o ancora da fattori ambientali specifici quali la mancanza o la scarsità d’igiene intima o la presenza di allergeni.

Il primo dei fattori scatenanti è la specie microbica Candida albicans; si ritiene che il 75% delle donne sia interessato, nel corso della vita, da almeno un episodio di vulvovaginite causata da questo lievito, che più del 40% assista ad un secondo episodio e che nel 4-5% dei casi si possano avere forme recidivanti. Qualunque sia la causa scatenante, la malattia consegue sempre a un abbassamento del livello di acidità fisiologica che caratterizza la zona pelvica della donna, che determina un abbassamento delle difese e crea terreno fertile per i microrganismi patogeni. Per questo motivo la vulvovaginite presenta una maggiore incidenza durante l’adolescenza, spesso in concomitanza con i primi rapporti sessuali che possono contribuire a provocare tali alterazioni.

Vulvovaginite: sintomi, diagnosi, cura

I principali sintomi che devono far sospettare la presenza della vulvovaginite consistono in:

  • abbondanti perdite vaginali biancastre e di consistenza variabile (densa, liquida o schiumosa)
  • prurito vulvare e irritazione accompagnati spesso da un odore sgradevole simile al pesce
  • dolori al basso ventre, durante i rapporti sessuali (dispaneuria) e durante la minzione (disuria)

Per ottenere una diagnosi certa di vulvovaginite, il medico, ultimata l’anamnesi e eseguito il colloquio con la paziente, può ricorrere all’analisi dei sintomi e a una valutazione del PH della vagina, nonché a diverse tecniche di laboratorio quali l’esame microscopico o colturale delle secrezioni vaginali per evidenziare la presenza di filamenti miceliali e blastospore o, infine, a indagini immunologiche.

A seconda dell’agente scatenante l’infezione, la terapia può prevedere la somministrazione di antibiotici da assumere per bocca o da applicare localmente, l’uso di una crema antimicotica, antibatterica o al cortisone, di antistaminici nel caso la causa scatenante si possa ricondurre ad una reazione allergica o, ancora, di una crema agli estrogeni se la vulvovaginite fosse dovuta a bassi livelli di estrogeni nella paziente.

Qualora la patologia fosse stata trasmessa attraverso un rapporto sessuale, entrambi i partner, anche se non presentano sintomi, dovranno essere sottoposti a trattamento, per minimizzare il rischio che l’infezione “rimbalzi” tra i due, generando un circolo vizioso che rende difficile una guarigione definitiva.

Per ridurre dolori e fastidi dovuti alla vulvovaginite, una valida alternativa non farmacologica è quella fornita dalla tecnologia PEMF, oggi disponibile in forma “wearable” grazie alla realizzazione di dispositivi miniaturizzati. L’applicazione prolungata nel tempo di campi elettromagnetici pulsati (in inglese Pulsed ElectroMagnetic Field, da cui l’acronimo) a bassa frequenza permette infatti di ottenere una considerevole riduzione della infiammazione. L’energia che il dispositivo è in grado di trasmettere localmente alle cellule permette a queste ultime di potenziare la propria naturale attività elettrica, riducendo più velocemente l’infiammazione e restituendo un maggior senso di benessere.

Non va sottovalutato il ruolo della prevenzione. Alcuni accorgimenti consentono di ridurre al minimo i rischi di sviluppare la vulvovaginite o di andare incontro a ricadute. Vanno osservate innanzitutto alcune semplici norme igieniche che prevedono l’utilizzo di un sapone intimo adeguato e l’attenzione ad evitare la contaminazione fecale della vagina. Deve essere prestata particolare cura nei giorni delle mestruazioni, cambiando spesso gli assorbenti ed evitando prodotti per l’igiene personale troppo aggressivi ed irritanti. E’ preferibile inoltre utilizzare indumenti in tessuto di cotone, non stretti e sintetici, che permettano un’adeguata traspirazione impedendo l’eccessiva sudorazione causa della proliferazione di microrganismi patogeni. Anche una sana condotta alimentare – bere molta acqua naturale, assumere frutta, verdura e yogurt – può rivelarsi d’aiuto.