Vulvodinia: cause, sintomi e terapie (farmacologiche e non)

Tra le malattie che colpiscono dell’apparato genitale femminile, la vulvodinia è senz’altro una delle più dolorose. Si tratta di una patologia di tipo infiammatorio che provoca un dolore cronico localizzato nella zona vulvare, spesso accompagnato da bruciore, rossore, secchezza vaginale, dispareunia e fastidio. Questa malattia viene classificata in base alla sede di interesse e alle caratteristiche dei sintomi: si distinguono così una forma localizzata al vestibolo che intercorre nel 80% dei casi e una generalizzata che interessa gran parte della regione vulvare compresa la zona perineale.

Per quanto riguarda il profilo sintomatologico, distinguiamo un “disturbo provocato” legato alla stimolazione (contatto, sfregamento, penetrazione) e un “disturbo spontaneo” la cui sintomatologia è indipendente dalla stimolazione. I soggetti a rischio sono le donne in età fertile (20-40); questa condizione può arrivare a interferisce con la qualità della vita quotidiana, con problemi legati alla sessualità, alla corretta postura o all’uso di indumenti molto aderenti.

Le cause non sono conosciute ma le evidenze scientifiche evidenziano la presenza costante, nelle pazienti colpite, di alcuni fattori tra cui:

-infezioni vaginali regresse
-lesioni nervose a carico del nervo pudendo
-ipersensibilità
-sbalzi ormonali
-disturbi psicologici legati a traumi di tipo sessuale

Secondo il sito Vulvodinia.org alcuni studi hanno evidenziato come circa il 25% delle donne con vulvodinia lamentino disturbi a carico dell’apparato urinario e circa il 15% hanno dolori osteo-muscolari diffusi o disturbi intestinali.

Prima di arrivare ad una terapia occorre una diagnosi, molto spesso difficile a causa della sintomatologia non specifica.
Eppure la vulvodinia non è una condizione rara: secondo la ricerca ESOVIA del 2008, condotta dall’Associazione Italiana Vulvodinia Onlus, le donne italiane colpite da vulvodinia sono circa il 5,8%, ovvero oltre 440mila.

La vulvodinia viene diagnosticata dopo una visita ginecologica e alcuni esami ginecologici tra cui la vulvoscopia. Se gli esami non mostrano alcuna alterazione e la sintomatologia persiste da 3 mesi, si può porre diagnosi di vulvodinia.

La diagnosi è basata sul dolore percepito dalla paziente, fondamentale per poter fare una diagnosi differenziale. Per distinguere le aree del dolore e la loro gravità Viene usato il cosiddetto “test del cotton-fioc”, che consiste nello strofinare l’estremità di un bastoncino ricoperta di cotone idrofilo sulla zona vulvare. Le pazienti spesso descrivono questo test come estremamente doloroso, al pari del taglio di un coltello.

Il sito citato precedentemente permette di fare una autodiagnosi primaria, per tutte le donne che sospettano una vulvodinia ma non hanno il coraggio – o il tempo – di rivolgersi ad un medico; tuttavia, com’è ovvio, pur ritenendo questo test utile è consigliabile rivolgersi ad uno specialista.
Una volta avuta la conferma della diagnosi, i medico istituirà un percorso terapeutico personalizzato. La medicina oggi offre diverse opzioni, tra cui:

– Anestetici in crema (es. lidocaina) applicati direttamente in sede per alleviare il dolore
– Terapia farmacologica per controllare la sintomatologia e ridurre infiammazioni e gonfiori. Nelle neuropatie si somministra Gabapentina e Pregabalina; nelle forme generalizzate, recenti studi hanno dimostrato come gli antidepressivi triciclici si siano rivelati un ottimo supporto per il dolore cronico
– L’elettrostimolazione antalgica (Tens) che consta di un’applicazione di correnti elettriche a basso voltaggio attraverso la cute in vari siti allo scopo di “rieducare” le terminazioni nervose che lavorano in maniera anomala
– L’elettrostimolazione PEMF che utilizza campi elettro-magnetici pulsati per alleviare dolori cronici e acuti. A differenza della precedente non agisce sullo stimolo nervoso, bensì sul processo flogistico nella sede del dolore, coadiuvanto la guarigione e nel contempo attenuando lo stimolo doloroso, fino alla scomparsa completa
– Riabilitazione pelvica in caso di alterazioni a carico della muscolatura vulvo-perineale. Un migliore controllo della muscolatura permette di contenere eventuali spasmi dolorosi
– Psicoterapia per tutte quelle donne il cui disturbo è legato a traumi. Il fine ultimo è il recupero delle capacità di gestione (ansia, depressione, difficoltà sessuali), fornire tecniche di desensibilizzazione e aiutare il rapporto di coppia
– Trattamento chirurgico Nei casi di vulvodinia vestibolare è possibile asportare una piccola porzione di tessuto e le terminazioni nervose sottostanti. Si tratta di una tecnica invasiva, che non viene consigliata né presa in considerazione se non dopo il fallimento degli altri approcci terapeutici.

La petizione per il riconoscimento da parte del SSN

Al momenti il Servizio Sanitario Nazionale italiano, di fatto, non riconosce la vulvodinia come patologia: i trattamenti non sono rimborsabili, né è possibile curarsi nelle strutture pubbliche. In quest’ottica si inseriscono le numerose petizioni, una delle quali lanciata dall’associazione VulvodiniaPuntoInfo ONLUS, che chiede il riconoscimento del diritto alla salute per le tante donne affette da questa insidiosa patologia.

Le petizioni possono essere sottoscritte QUI e QUI.